Romeo Cappelleti

L’INTERVISTA: ROMEO CAPELLETTI GESTORE RIFUGIO PASSO PERTICA

Il cielo, quando arriviamo al Passo Pertica, è ancora chiaro nonostante siano già le 9.00 di sera.Dentro il rifugio sono già iniziati i preparativi per la notte: alcuni clienti prendono al banco del bar le ultime bevande prima di salire alle camere, i tavoli sono già sparecchiati e fra qualche minuto potremo incontrare Romeo Capelletti, il gestore del rifugio Passo Pertica.
Eccolo qui, finalmente seduto dopo una giornata di duro lavoro. Un attimo per riprendere fiato e via, si parte con la prima domanda !!
Ci può raccontare un po’ delle origini del Rifugio Pertica?
“Il rifugio nasce nel 1964 da un’idea di mio padre che acquistò il terreno dal comune di Ala di Trento, infatti, prima di allora, qui al Passo Pertica non c’era niente.
L’idea di mio padre era di fare un punto di ristoro, visto che il passo era soltanto un  punto di passaggio, perché si andava con le macchine fino al Rifugio Scalorbi. Ma per le leggi trentine questo non era possibile, bisognava avere anche il pernottamento e così nacque il Rifugio Pertica. 
Fu costruito a partire dalla primavera ed inaugurato il 14 di agosto dello stesso anno, il 1964 appunto.
Col passare degli anni, vedendo che il rifugio funzionava, fu ampliato, anche perché, essendo stato mio padre il gestore invernale dello Scalorbi prima ed il primo gestore del Fraccaroli poi,  aveva una certa esperienza nel settore e gli era sempre piaciuta l’idea di avere un rifugio tutto suo.”
Ora sarebbe possibile costruire un altro Rifugio?
“No ora tutta la montagna è vincolata poiché qui siamo nella Riserva Naturale di Campobrun e a menu di un kilometro da qui c’è il Parco della Lessinia. Per dirti: poco tempo fa abbiamo costruito i bagni e abbiamo ottenuto la concessione solo ed  esclusivamente perché si trattava di servizi igienici ogni altra destinazione d’uso non sarebbe stata concessa sia come tavoli ristorante sia come camere.”
Da quando la gestione del rifugio è di tua responsabilità?
“In pratica io sono nato qui, avevo tre anni quando è partito il rifugio e la decisione di occuparmene risale a 22 anni fa: io avevo un lavoro per conto mio che mi piaceva, facevo il falegname, ma arrivato ad un certo punto ho dovuto prendere una decisione: o il falegname o il lavoro in rifugio. La scintilla è scoccata quando ho deciso di tenere aperto il rifugio nel periodo in cui i miei lo tenevano chiuso, cioè in inverno. È stata una scommessa, perché nessuno 20 anni fa’ s’immaginava una cosa del genere. Per due anni, insieme ad un amico fidatissimo, ho cominciato a tenere il rifugio aperto nei fine settimana invernali e poi ho preso il via. Ho cominciato a modificare gli impianti perché non è cosi facile come si pensa mantenere efficiente il rifugio: d’inverno l’acqua ghiaccia e se non fai le manovre giuste nel vuotare e riempire gli impianti rischi di bloccare tutto. Adesso tutti gli impianti, quello idrico e quello elettrico, sono stati modificati ed adattati per funzionare al meglio anche nel periodo invernale e la gente sa che il rifugio nei fine settimana è sempre aperto. Questo è il risultato di venti anni di lavoro durante i quali il rifugio è stato aperto tutti i fine settimana. Tuttavia, il momento in cui ho proprio deciso di occuparmi della gestione del rifugio e stato quando mi sono sposato con Marilena, da allora è il nostro lavoro e per il futuro si vedrà!”
Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
"Quando uno nasce in un posto può girare tutto il mondo, ma alla fine torna lì. Non dico di conoscere tutti i sassi che ci sono qui attorno, ma quando nasci qui e pian piano ti costruisci il tuo spazio va a finire che conosci tutto, ogni minimo particolare… Il bello  del  lavoro qui non è che proprio puoi fare quello che vuoi tu, perche fai quello che vuole la gente, ma te lo organizzi come vuoi tu: sei tu che decidi il menu x, decidi di aprire alle 6 anziché alle 8, ti organizzi una piccola attività quasi artigianale. Io dico sempre che gestire un rifugio di montagna è come essere in mezzo al mare, lontani dalla normalità, è una situazione difficilmente capibile da chi non ci vive. Ho amici che vanno in montagna da cinquantenni e che ogni tanto vengono a darmi una mano, loro sanno la fatica che comporta, capiscono, però non farebbero mai questo lavoro."
Come hai fatto a trasmettere la stessa passione alla tua famiglia? Vedo che i vostri figli sono presenti, vi danno una mano e sembra che gli piaccia stare qui.
“Ma, cosa vuoi, i figli ci seguono, perche stanno dove stiamo noi. Questa è una vita fatta di molti sacrifici e non so se anche loro saranno disposti a farli. E poi è un lavoro dove bisogna essere capaci di fare un po’ di tutto, bisogna essere portati, ci vuole una certa attitudine. Io sono stato fortunato, perché ho imparato fin da piccolo ad usare attrezzi vari, inoltre ho fatto una scuola che mi ha insegnato un lavoro artigianale, il falegname. Poi se mi si rompe un lavandino sono capace di tamponare l’emergenza, ho dovuto imparare ad andare dietro a centraline, pannelli fotovoltaici ... Queste cose però le fai se hai passione, altrimenti non ti ci metti. E la passione, sai, è una cosa che o ce l’hai o non ce l’hai: è come voi che avete la passione per andare in montagna e un altro ha passione per il mare, sono due cose positive, ma diverse.“
Faresti il rifugista  in un altro posto?
“Si, mi piacerebbe tantissimo gestire un rifugio d’alta quota in mezzo ad un ghiacciaio o almeno provarci, perché è durissimo e questo a prescindere dal guadagnare di più o di meno, mi piacerebbe fare un’esperienza più selettiva.”
La butto lì: Capanna Margherita  o Rifugio Biasi al Bicchiere?
“Decisamente il Biasi!! La Capanna Margherita è l’alta moda, il Biasi invece rappresenta la sfida: come per uno sportivo che fa sci estremo, ogni volta cerca sempre qualcosa in più per migliorarsi.”
Ti senti il custode della montagna?
“Si, questo si. Io Per dirti, forse un po’ egoisticamente, me la sento più roba mia che degli altri. Però devi pensare che vivo qui da 45 anni e ne ho 48. Quando tu sei nello stesso posto per così tanto tempo diventano casa tua anche i mughi. Dopo è ovvio che fuori dai confini del rifugio ognuno può fare quello che vuole, ma … per esempio mi accorgo che, specialmente quando c’è poca gente, sono qui che controllo, magari rimango quassù più a lungo per controllare che tutto sia  a posto e in ordine, che tutti siano tornati a casa sani e salvi, perché mi sembra quasi di essere responsabile non solo dei sassi, ma anche delle persone. Mi sento un po’ il guardiano di questi posti.“

Quanto pesa la presenza dell’uomo qui sul gruppo del Carega: possiamo parlare di colonizzazione?

“Diciamo che tutte le attività che tu porti in un posto condiziono la vita in quel posto lì. Qui sul Carega sono stati fatti 5 rifugi che, però, sono ancora dei rifugi nel vero senso della parola, non come in altri posti dove sono stati fatti impianti e mega strutture. Ecco, lì sì che si può parlare di colonizzazione, qui invece basta che nevichi un po’ più del solito e si blocca tutto. Al rifugio Torino, per esempio, funziona tutto anche con 15 metri di neve, perche ci sono la funivia, l’elicottero … Qui in estate c’è un po’ il boom degli escursionisti e qualcuno si lamenta per le troppe macchine, ma d’altra parte questa zona è lo sfogo per tanti veronesi che vengono quassù a mangiarsi in tranquillità e al fresco un panino, magari entrano per un caffè e passano una bella giornata con poca spesa; sono pochi quelli che possono permettersi di andare a Madonna di Campiglio tutte le domeniche!”
Come riesci a mettere d’accordo attività commerciale e amore per la montagna: c’e un punto di equilibrio?
“ Qua per noi non c’è nessun problema, già il fatto che non arrivano le macchine ci permette di essere avvantaggiati. È vero, usiamo un generatore, ma è impossibile farne a meno. Tuttavia, col tempo, abbiamo dimezzato le ore di funzionamento grazie ai pannelli fotovoltaici ed al generatore eolico. Le immondizie le portiamo via tutte e quello che si può differenziare si separa (perfino i cartoni che potremmo bruciarli, ma visto che a valle c’è il cassonetto per la carta portiamo giù anche quelli), abbiamo le fognature a norma e approfittando della strada le facciamo vuotare due volte l’anno. Ecco, sono questi particolari che ci permettono di stare sereno ed in armonia con l’ambiente che ci circonda e anche quando come quest’inverno non è possibile portare a valle i rifiuti, neanche con la moto slitta, faticando non poco ci carichiamo i sacchi sul bastino e li portiamo giù, proprio per mantenere questo equilibrio con la montagna!“
C’e differenza tra la gestione di un rifugio privato ed un rifugio CAI?
“Credo di si, ma soltanto perché  quando gestisci un rifugio CAI sei li che paghi un affitto e sai che poi finisce. È soltanto lì la differenza. Certo, ci sono anche dei rifugi CAI gestiti in modo egregio: mi ricordo che sono andato a fare una sci alpinistica sul Cevedale e li c’è un rifugio del CAI di Milano gestito dalla stessa famiglia per la terza generazione, pertanto il rifugio non è loro ma è come lo fosse ed hanno delle capacità che veramente sono fuori dal comune. Poi ci sono altri rifugi CAI dove magari arriva una gestione sbagliata e allora ... Io penso sempre al regolamento CAI, che filtrava molto bene le gestioni prima di affidarle, invece ultimamente non è più cosi, forse perché, non so, sono cambiati i tempi e allora vedi delle gestioni che sono poco adatte all’ambiente del Rifugio. D’altra parte se uno viene da via non  può sapere le difficoltà a cui va incontro, perche in montagna ci sono delle difficoltà che giù non ci sono! Per fare un esempio quest’anno, alla prima nevicata, si è rotto il generatore principale (tra l’altro nuovo) e per tutto l’inverno abbiamo usato quello di riserva nella speranza che reggesse altrimenti saremmo stati costretti a chiamare un elicottero per portarne su un altro o fare senza!  Altro esempio, l’anno scorso abbiamo rinnovato gli impianti sia idraulico che elettrico e ho avvisato subito gli installatori ed il progettista che le cose che funzionano a Caldiero o a Giazza qui non vanno bene: gli impianti hanno bisogno di essere scaricati completamente e di funzionare con poca pressione, le pompe devono consumare poco, se spengo il generatore non posso rimanere senza acqua! E allora fai degli impianti cosi personalizzati che se un giorno dovessi vendere, dovrei per forza stare qui un anno per fare vedere in che modo sono state fatte e come funzionano le cose.”
Prima parlavi di pannelli fotovoltaici, generatore eolico: è stata una scelta dettata da uno spirito ambientalista o da esigenze pratiche?
“Entrambe. Perchè  il generatore lo usi magari la sera per fare andare la lavastoviglie e poi quando hai finito lo spegni  e rimani senza luce. Una volta avevamo un impianto tampone a 12 volt che utilizzava delle  batterie che si ricaricavano mentre il generatore andava. Poi con dei finanziamenti della provincia abbiamo installato i pannelli, le batterie  con un investimento personale non indifferente, nonostante l’aiuto della provincia, e adesso  grazie anche al generatore eolico riusciamo ad usare il generatore molto meno: oggi ad esempio non è mai stato acceso nonostante i frighi fossero in funzione, le luci accese e la macchina del caffè calda. E questo per l’ambiente  è molto importante.”
Uno dei servizi che un rifugio può offrire è l’informazione sullo stato dei sentieri o il fornire qualche consiglio sul percorso da fare. È un servizio che dai anche qui nel tuo rifugio?
“Quello di dare dei consigli alla gente è un problema, perché non sai mai chi hai di fronte, se un esperto oppure un escursionista della domenica alla ricerca di un po’ di svago. A proposito di consigli mi è successa una cosa una volta, non so se non ve l’ho mai raccontato: una domenica di luglio, una giornata fantastica una domenica perfetta, arrivano qui al rifugio 2 ragazzi che avranno avuto 25 anni e mi chiedono se si può scendere  il ghiaione che c’è qui sotto, quello che va verso il lago secco. Certo, dico io, lo avrò fatto un miliardo volte e gli spiego: quando sei in fondo ci sono 50 metri di mughi e poi arrivi sul greto del Lago Secco; una volta arrivato lì incontri il sentiero e puoi andare verso Campobrun oppure verso gli Orti Forestali. Dopo un paio d’ore (il rifugio era pieno di gente ed io ero in cucina che cuocevo della carne), arriva una signora un po’ agitata, che chiede come mai non usciamo che ci sono dei ragazzi che chiudono aiuto e uno dei due ha una gamba rotta! Ma dove sono, le chiedo io, sono qua sotto risponde lei. Mi son subito venuti in mente i 2 ragazzi di prima! La signora rilancia e chiede dice di chiamare l’elicottero, al che io le dico di chiamarlo lei se è sicura che si tratta di una gamba rotta. Ma lei borbotta che è compito del rifugio e se né va. E sì, perché adesso che c’è l’elicottero tutti lo vogliono, mentre quando non c’era non lo chiamava nessuno. Insomma, dopo un po’ non resisto più, troppe persone che continuano ad entrare per far presente che infondo al ghiaione si sono fatti male 2 ragazzi e stanno chiedendo aiuto, cosi prendo il binocolo e con il grembiale addosso vado in strada per cercare di capire come stanno le cose. Guardo e sono proprio loro, lì fermi a ridosso dei mughi e stanno proprio chiedono aiuto. Che fare? Apparentemente stanno bene, non posso chiamare l’elicottero e non ho il tempo materiale per scendere il ghiaione e cercare di accompagnarli fuori dei mughi, che detto tra noi ‘se ghe mando me fiol el va come na scheggia’. Allora decido di sentire il soccorso alpino di Ala e fortuna vuole che mi risponde proprio il capo del soccorso, che è anche amico mio e mi dice:’senti, qui non abbiamo niente da fare, l’elicottero è libero e quindi veniamo a vedere’. 5 minuti  e arriva l’elicottero, cala il verricello, li prende uno alla volta e a penzoloni li deposita la’ sul tornante, scende anche il capo del soccorso e a piedi vengono tutti verso il rifugio. Quando arrivano senza neanche un graffio non resisto, gli dedevo dare un ultimo consiglio :’valtri du quando catì un sentier pi stretto de quattro metri le mejo che tornè indriom, parchè non si in grado de far piasè.’ ”.
Un amante delle montagna come te ha avuto sicuramente molte esperienze come alpinista. Ci puoi parlare del Romeo alpinista?
“Sicuramente nel mio caso si puo dire che la mia storia alpinistica incomincia quando sono entrato a far parte del soccorso alpino. Prima esploravo un po’ la valle, avevo cominciato a fare qualche cascata di ghiaccio, piccole cose, perché allora non c’erano le attrezzature che ci sono oggi. Comunque mi sono divertito! Poi una notte viene su il soccorso alpino per cercare un mantovano che si era perso, mi ricordo ancora: una notte tremenda, un temporale dietro l’altro, tanto che alla fine non ci si cambiava più, era acqua ogni 5 minuti. E in quella occasione la squadra del soccorso alpino di Verona mi chiese, visto che conoscevo bene la zona ed ero in un posto strategico, di entrare nel soccorso alpino. Premetto che a quei tempi si trattava quasi sempre di operazioni di ricerca, non si andava a recuperare gli alpinisti in mezzo ad una parete magari sotto ad un tetto. Io ero un po’ perplesso, dovevo ancora da fare il militare e mi dissero che intanto avrebbero preparato tutte le carte e, una volta finito il militare, se me la sentivo… e così è andata. Già durante la naia avevo chiesto di fare il corso roccia, ma siccome io ero disegnatore il mio capo ufficio non mi diede il permesso. Tornato a casa cominciai a fare tutti gli addestramenti: su neve, su valanghe, con i cani e dopo lì cominci a farti gli amici che vanno in montagna e allora ecco che si cominciano a girare in lungo e in largo le dolomiti, il Monte Bianco, il Rosa, il Gran Paradiso. Poi, cosa vuoi, l’arrampicata l’ho abbandonata quasi subito, perché era il periodo in cui avevo cominciato a gestire il rifugio e da giugno a settembre non c’era più il tempo per allenarsi e quando ti arrampichi o sei allenato  e  preciso e allora ti diverti, altrimenti rischi solo di farti del male. Allora mi sono dedicato allo scialpinismo. D’inverno c’è meno da fare perché il rifugio apre solo il week-end e qualche amico lo trovi sempre per andare a sciare durante la settimana. Adesso rimpiango di non aver fatto certe montagne, certe vie d’arrampicata, certe sci alpinistiche quando da giovane se ne era presentata l’occasione, perché difficilmente avrò modo di rifarle.”
Fra poco terminata l’intervista saliremo al bivacco del rifugio Fraccaroli per preparare il ‘Minestrone Over 2009’. Ecco, volevamo chiederti, tu cosa ne pensi di questa manifestazione?
“Secondo me è da elogiare, sopratutto perché so cosa significa portare a spalle tutto il materiale. L’unica cosa che trova sia da rivalutare è il posto. Mi spiego: visto che è fatto per uno scopo benefico più persone vengono e più risultati economici si riescono ad ottenere. Quindi, se fossi al vostro posto, valuterei  la possibilità di farlo più in basso. D’accordo il Fraccaroli rappresenta la cima e per chi va in  montagna quello è l’obbiettivo e qui non ci piove, però lo vedrei più, diciamo così, remunerativo ad esempio a Campobrun: c’è la tettoia in caso di pioggia, la malga apre a luglio e quindi ci sarebbe anche più tempo per organizzarlo.“

Sono ormai le 22.00 passate e nel rifugio tutte le luci sono spente. La chiacchierata con Romeo ci ha messo di buon umore ancor più di prima e l’èlogio incassato ci fa sentire più leggeri, ma è una sensazione questa che dura poco: zaino in spalla e via al Fraccaroli!!  


Roberto & Simone
Caregaweb 2009-05-29 - pagina aggiornata 2009-07-23
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