Rifugio Bertagnoli alla Piatta


 
Il rifugio “Bertagnoli” sorge a 1225m di altitudine sul versante della catena delle Tre Croci, sulla sinistra orografica della testata della valle del Chiampo, in corrispondenza del soprastante declivio della “Piatta”, sul quale, in seguito ad opere di rimboschimento effettuate dal Corpo Forestale dello Stato, al pascolo è succeduto un bosco misto di faggio e abete rosso.


Foto Andrea Braggion                                       Foto Ronald Menti

Alla fine degli anni 40 venne costruito il primo edificio ed inaugurato il 31 luglio del 49 alla presenza di 500 alpinisti; era allora chiamato Rifugio La Piatta, mentre l’attuale struttura è stata inaugurata nel 1956. Questa è stata dedicata al giovane alpinista, studente universitario e partigiano “Bepi Bertagnoli” che morì nel 1951 durante un’ascensione solitaria travolto da una slavina nel vajo antistante la galleria della strada di arroccamento dove ancora oggi una targa lo ricorda.
A rinvenirne il corpo, dopo giorni di ansiose ricerche, fu Kichi Milani, forte e notissimo alpinista, per lunghi anni leggendario gestore del Rifugio. Pur essendo in provincia di Vicenza, il Rifugio Bertagnoli rientra nel Parco Naturale Regionale della Lessinia, sorgendo nel lembo più orientale della Foresta Demaniale di Giazza. Si trova in un luogo molto suggestivo per la varietà di paesaggi e di possibilità escursionistiche ed alpinistiche. Verso est sale con lieve pendenza la strada forestale che porta alla forcella del Mesole, alla Malga Campodavanti e al Rifugio Monte Falcone.
L’ambiente è caratterizzato da una fustaia di faggio in conversione che termina su vasti pascoli, i quali a loro volta vengono interrotti dai selvaggi vaj e pareti che caratterizzano il versante che guarda Recoaro.
A ovest il paesaggio è caratterizzato dal selvaggio vallone della Scagina che termina sull’omonimo passo; qui, facendo il dovuto silenzio, è facile vedere il camoscio e con un po’ di fortuna anche l’aquila che è tornata a nidificare nel Parco Regionale della Lessinia.
Molto interessante è la via ferrata A. Viali al Gramolon, che grazie a scale e corde fisse permette di risalire una stretta gola in ambiente unico e molto suggestivo, per poi terminare sull’aereo ed esposto sentiero di arroccamento. Il Rifugio Bertagnoli, aperto tutto l’anno, ha a disposizione 25 posti letto e un’ampia sala da pranzo con angolo lettura. Ben si presta come punto di partenza per escursioni sul Mesole, Gramolon e Zevola. Con un po’ più di impegno si può raggiungere Cima Carega seguendo per buona parte il sentiero europeo E7, con magnifici scorci sulla Lessinia, Monte Baldo, Pasubio e Dolomiti. 


                                                                          Rifugio Bertagnoli Foto Xotta Bruno

 


Si arriva in auto fino al piccolo piazzale antistante il rifugio: risalendo la valle dell'Chiampo, e dopo l'abitato di Crespadoro si imbocca la stretta e sinuosa strada che porta a Campodalbero dove è consigliato parcheggiare l'auto e attraverso i sentieri 201 o 208 godersi la risalita attraverso la faggetta che delimita nel versante vicentino la Foresta di Giazza

Gestore di questo rifugio fu per molti anni Francesco Milani , simpatica e ormai leggendaria figura di uomo e di alpinista, ha avuto intitolati un sentiero e un baito poco distante dal rifugio.

Baito Milani Foto Gianfranco Fongaro

Attualmente il Rifugio è gestito da Lucio e la moglie Luisa, amanti della montagna, abili cuochi, con un passato marinaresco tutto da scoprire.

dal rifugio è possibile intraprendere i seguenti sentieri
sentieri 201 e 208 per Campodalbero
sentiero 207 per Passo delle Mesole e sentiero di arroccamento 202
sentiero 204 per Passo del Laghetto
sentiero 221 per Passo della Scagina e sentiero Bertagnoli 210


Anello al Passo della Scagina
Facile ed appaganete anello, può essere il primo approccio con il settore attorno al rifugio Bepi Bertagnoli ed il sottogruppo del Gramolon. Si percorrono integralmente stradine militari e mulattiere storiche di arroccamento costruite durante la prima guerra mondiale Per l'intero percorso circa 3 ore, dislivello complessivo 500 metri. Difficoltà escursionistiche, ma da non sottovalutare, anzi da sconsigliare, all'inizio di primavera quando vi è ancora neve nei franosi canaloni. Dal rifugio Bertagnoli (m.1250) proseguire per la stradina sterrata (chiusa al traffico) in direzione sud in leggera salita. Dopo qualche chilometro, subito dopo una evidente parete franata, sulla sinistra si stacca un sentiero, scorciatoia della stradina, che conduce alla Sella Gabellele (m.1552). Quando si ritrova la stradina, tralasciare l'indicazione per rifugio Montefalcone e svoltare invece a sinistra. Dalla Sella il panorama si apre vastissimo e ci si può affacciare sopra le balze rocciose a picco sull'altopiano delle Montagnole, con grandi visioni su tutto il gruppo del Monte Pasubio - Cima Carega. Si prende a sinistra il sentiero 202, una buona mulattiera di arroccamento scavata durante la prima guerra mondiale. La mulattiera, con leggeri saliscendi, conduce con sicurezza e facilità al Passo della Scagina. Si percorrono i franosi versanti sud-ovest di Cima Mesole e del Monte Gramolon (m.1814). L'ultimo tratto è piuttosto ardito e si attraversa una breve galleria. S'incrocia pure il sentiero attrezzato (per esperti con attrezzatura da ferrata) del Gramolon. Dal Passo della Scagina (m.1546), vasti panorami verso la Val Fraselle ed il Monte Zevola (m.1975), in mezz'ora si scende (verso sinistra) al rifugio Bertagnoli. L'ultimo tratto presenta una contropendenza ed incide le balze rocciose con ponticelli ed un corrimano con corda d'acciaio.


I DU BEPI
: Bertagnoli e De Marzi

Era Bepi Bertagnoli un giovane universitario, studente di Legge a Padova. Era scomparso nell'alta Valle del Chiampo, travolto da una slavina, dopo un'abbondante nevicata primaverile. L'avevano cercato invano per settimane, solo lo sciogliersi delle nevi l'aveva restituito. Gli amici del Cai avevano preparato una lapide in bronzo da porre sul luogo dove era caduto. Ezio Ferrari, il primo tenore del coro, che di Bertagnoli era stato amico e compagno di studi, mi fa: Perché non fai un canto per Bepi?. Abitavo allora sopra una di quelle ospitali osterie, dove si giocava a carte fino a notte, tra qualche canto e qualche fiorita imprecazione... Ecco, Dio del cielo, Signore delle vette l'ho composto là, in un giorno di agosto, con nelle orecchie il dialogare animato del gioco del tresette e un vago profumo di vino nero. Forse ho impiegato una ventina di minuti a completare il testo e la melodia.
Signore delle vette, diventato, durante le prove, Signore delle cime perché più cantabile, venne eseguito in una nuvolosa e fredda domenica del 1958, lassù in montagna, per ricordare l'amico Bepi Bertagnoli e fu anche la prima uscita del neonato coro, destinato a diventare, con il nome di Crodaioli (arrampicatori delle crode) uno dei più affermati nel ramo.
Venti minuti, dunque, per un canto bello, ispirato, intriso di fede e di speranza. Una preghiera, preferisce chiamarla De Marzi. E anche innovativo. Per la prima volta le parole ricordavano dolcemente un amico, fuori dal genere dei testi enfatici ed evocativi della guerra. Era un brano che proveniva dal sentimento popolare autentico, al di là dei canti di montagna, ricorda il compositore.
Un successo mondiale.

Dopo quella nuvolosa domenica di ottobre del 1958, il canto-preghiera se ne è andato da solo e per le strade più impensate. Racconta De Marzi: L'ho sentito cantare in Canada, in Finlandia, in Sudamerica, in Sudafrica. In tournée con i Solisti Veneti in Australia, siamo stati accolti con il Signore delle cime anziché con l'inno nazionale.. È stato eseguito anche in piazza San Pietro e il Papa stesso lo seguiva cantandolo.



La canzone è stata sottoposta nel tempo ai più svariati adattamenti, arrangiamenti, manipolazioni varie. Uno vi ha aggiunto perfino una terza strofa - ricorda De Marzi - perché lo trovava troppo triste. Un giorno è venuto dal Giappone un musicista che voleva conoscermi: aveva trascritto Signore delle cime per l'orchestra sinfonica e il gran coro di Nagano. Ma De Marzi non si adonta per tante licenze, contento, anzi, che il suo canto-preghiera sia considerato come un'anonima storia popolare. Un po' meno contento, qualche prete ne nega l'esecuzione in chiesa perché non liturgico. Succede anche questo.
di Piero Lazzarin




indietro pagina aggiornata 2012-10-06