Rotolon



Foto Unicoletti

Ora rallenta. Per gli stessi motivi che l'hanno svegliato e gli hanno sciolto i muscoli, il pachiderma di roccia sembra stanco: tre centimetri al giorno contro i cinque-sette di prima, l'acqua che gli scorre sotto e che gli faceva da lubrificante filtra meno e a fatica, il freddo della notte gli sta gelando le articolazioni e lo sta per consegnare all'incantesino dell'inverno, il letargo secolare dal quale ogni tanto torna, per stiracchiarsi, grugnire e minacciare l'apocalisse. Il Rotolon è un vecchio orco spaventevole ma di indole pigra, e persino rinunciatario quando pare soddisfarsi dello stesso spavento che incute. Come ora. In attesa che entri in funzione il satellite, è sorvegliato alla vecchia maniera dei montanari.

Due picche collegate da un filo su carrucola e un peso che lo tende, l'una piantata salda sulla roccia a monte e l'altra sul fronte in movimento. Ce ne sono tre di queste «trappole» piazzate tra la prima balza dell'Obante e quella delle guglie Gei, a quota 1500, lungo un percorso di circa 800 metri, la linea che segna lo sbadiglio del gigante e percorre la sua ferita apertasi sopra una delle valli più suggestive di Recoaro, quella che origina il torrente Agno.

Leggendo i giornali si aveva l'idea di una crepa, come di un ghiacciaio rotto, Niente del genere, il Rotolon scivola su se stesso, slitta a valle sulla linea di faglia che si è scelto lasciando una traccia rossa, un segno di viscere esposte largo due metri, mai vista tanta roccia nuova, mai così larga e mai così in alto sulla montagna di Campogrosso. Sotto ci sono 150 mila metri cubi di roccia, abbastanza per cambiare l'orografia della valle, sufficienti per calcellare contrà come i Parlati e le frazioni di Maltaure, Sudiri, Facci e Turcati.


Il Rotolon la frana Foto Paolo Savio

Il Rotolon non rotola, altrimenti si chiamerebbe Rodolon, slitta e quando lo fa rivela il nome che porta, la radice cimbra del tedesco «rot» (rosso) e un'eco del sostantivo «schlamm», fango o limo. Quel che colora di rosa le vette Dolomitiche, quando piove forte viene a valle in forma liquida con il colore del cioccolato al latte. Al quarto giorno di pioggia torrenziale, venerdì 5, quando già Vicenza si svuotava e si curava dell'acqua di Ognissanti, il Rotolon non ne poteva più della sua e collassava due metri più in basso con un lamento appena percettibile sopra il brontolio che da quattro giorni accompagnava il sonno dei recoaresi. L'acqua dell'Agno, in un tumulto di cioccolato, era tanta e aveva un tale forza da trascinare con sé i massi producendo quel rumor di «nose» a cui anni fa si rifacevano le mamme per zittire i bambini spaventati dal tuono: «Xe el diavolo che mescola le nose», è il diavolo che mescola le noci.

Alla base della montagna l'effetto è stato uno «spurgo» di circa 20 mila metri di fango e roccia, meno dei 50 mila registrati nel 2009 ma tutti insieme. Carlo Pianalto, recoarese, istruttore di sci ed ex allenatore della squadra femminile spagnola, il giorno prima del cedimento era in passeggiata su quelle rocce, un impegno alpinistico di primo-secondo grado che consente di utilizzare anche le mani. «Scendendo vedevo l'acqua chiara sparire tra le rocce e riemergere rossa più in basso». Era il segno che il Rotolon si stava infracicando, il segnale che non ce la faceva più a reggere e che presto avrebbe mollato. Il giorno dopo, Carlo Pianalto è stato sgridato dalla moglie.

Adesso i sentieri che portano alla montagna sopra e sotto la linea di scivolamento sono presidiati dai militari dell'Esercito, possono passare solo gli uomini del Soccorso Alpino e della Protezione Civile. Contrà Parlati è stata coperta da manifesti in cui si fissano le istruzioni per l'evacuazione rapida: tenersi pronti, avere sempre uno zaino a portata di mano, infilarci dentro l'indispensabile e correre.

Asia, otto anni, terza elementare, ripete per l'ennesima volta l'esercitazione con i suoi compagni: «Al terzo trillo del campanello dobbiamo uscire dalle aule e correre sul piazzale». E poi? «Poi aspettiamo i bus che ci portano a Valdagno».
La minaccia è un Vajon senz'acqua, i Parlati che pure stanno ottanta metri sopra l'alveo dell'Agno verrebbero raggiunti in men che non si dica e così le altre contrade che qui si chiamano al plurale, i Sudiri, i Facci, i Turcati, perché inizialmente abitate dai Sudiro, dai Faccio, dai Turcato.

Sul piazzale della Seggiovia, in centro, la Protezione Civile ha fatto la sua sala operativa in un container con turni di presenza organizzati, due schermi e le radio in contatto con le pattuglie in quota. Una chiamata e suoneranno la «cuca», la sirena che negli anni belli annunciava l'uscita degli operai dallo stabilimento di imbottigliamento e che ora i giovani non possono ricordare, ma era un suono di festa, di smobilitazione e di libertà: suonava la ricreazione per tutto il paese, la gente ci regolava l'orologio e anche gli ultimi ubriaconi persi al bar sapevano che la moglie aveva «minestrato» e si affrettavano verso casa. Richiamata in servizio, non suonerà mai come prima.

Franco Perlotto, il sindaco di Recoaro - un trascorso passato nella Protezione Civile e nelle organizzazioni umanitarie internazionali che lo rende adatto alla bisogna - da dieci giorni veste una giacca a vento bordeaux e da dieci giorni non si dà pace. Vive concentrato sull'emergenza come un bracco sul fagiano, per averne l'attenzione bisogna molestarlo: «Io dovrei sloggiare 200 persone ai Parlati, ma come faccio? Vuol dire non farli rientrare a casa per non so quanto. Figurati se mi danno retta».

La sera, dai Parlati, si vede la coda delle luci gialle e blu scendere dalla montagna, i Parlato e tutti gli altri che portano un altro nome, non si lasciano certo spaventare: il Rotolon è lì da sempre, da sempre minaccia, in fondo sono convinti che sia un «barufante» buono, un coboldo balengo che smargiassa e poi si pente, uno folletto tedesco a cui piace l'iperbole, ribaldo ma alla fine conciliante come lo sono un po' le popolazioni di qui.

In una chiamata di marzo di qualche anno fa (a Recoaro la chiamata di marzo è come il carnevale per Venezia e il Palio per Siena), per una questione di donne, quelli dei Luna costruirono un cannone di moraro e spararono sui Pretti sull'altra parte della valle. Il cannone esplose lasciando gli artificieri più morti che vivi: «Noialtri semo messi male - commentò il capo pezzo - ma prové a figurarve come i xe messi ai Pretti». Così, impensierita e senza perdere il buon umore, Recoaro vive l'emergenza, ancora stupita per l'eccesso di attenzione che le è piovuta addosso, certa che non ci sarebbe senza l'alluvione in pianura e sicura che, passata l'eccitazione, tutto tornerà come prima, con la «cuca» in pensione e il Rotolon al suo posto, come deve essere.

Fonte La Tribuna di Treviso

 

indietro pagina aggiornata 2012-10-01